mercoledì 30 marzo 2011

‪Monologo di Quinto Potere‬

Peter Finch nella parte di Howard Beale, commentatore televisivo della UBS di Los Angeles
Non serve dirvi che le cose vanno male. Tutti quanti sanno che vanno male. Abbiamo una crisi, molti non hanno un lavoro, e chi ce l'ha vive con la paura di perderlo, il potere di acquisto del dollaro è zero. Le banche stanno fallendo. I negozianti tengono il fucile nascosto sotto al banco, i teppisti scorrazzano per le strade. E non c'è nessuno che sappia cosa fare e non se ne vede la fine. Sappiamo che ormai l'aria è irrespirabile e che il nostro cibo è immangiabile. Stiamo seduti a guardare la TV mentre il nostro cronista locale ci dice che oggi ci sono stati 15 omicidi e 63 reati di violenza come se tutto questo fosse normale. Sappiamo che le cose vanno male, più che male, è la FOLLIA. E' come se tutto dovunque fosse impazzito così che noi non ne usciamo più. Ce ne stiamo in casa e lentamente il mondo in cui viviamo diventa più piccolo. E diciamo soltanto: "almeno lasciateci tranquilli nei nostri salotti, lasciatemi il mio tostapane, la mia TV, la mia vecchia bicicletta e io non dirò niente, ma lasciatemi tranquillo" ... beh io non vi lascerò tranquilli, io voglio che vi incazziate, non voglio che protestiate; non voglio che vi ribelliate, non voglio che scriviate al vostro senatore perché non saprei cosa dirvi di scrivere, io non so cosa fare per combattere la crisi e l'inflazione, i cinesi e i russi e i terroristi e la violenza per le strade, io so soltanto che prima dovete incazzarvi, dovete dire: "IO SONO UN ESSERE UMANO PORCA PUTTANA, LA MIA VITA HA UN VALORE!"
Quindi io voglio che ora voi vi alziate. Io voglio che tutti voi vi alziate dalle vostre sedie. I voglio che voi vi alziate in questo istante ed andate alla finestra, che la apriate, e vi affacciate tutti ed urliate: "SONO INCAZZATO NERO E TUTTO QUESTO NON LO ACCETTERO PIU!'!" "SONO INCAZZATO NERO E TUTTO QUESTO NON LO ACCETTERO PIU'!!"

Per chi volesse vedere lo spezzone del film da cui è tratto questo monologo:
http://www.youtube.com/watch?v=QxIyFWXzBJM

martedì 22 marzo 2011

Io vulesse truvà pace

Propongo ai miei cinque lettori questa bella poesia di Eduardo De Filippo, intellettuale napoletano unanimemente riconosciuto come uno dei  più  grandi attori di teatro d' Europa.

Io vulesse truvà pace;
ma na pace senza morte.
Una, mmieze'a tanta porte,
s'arapesse pe' campa'!
S'arapesse na matina,
na matin' 'e primavera,
e arrivasse fin' 'a sera
senza dì: 'nzerràte llà!
Senza sentere cchiù 'a ggente
ca te dice: io faccio...,io dico,
senza sentere l'amico
ca te vene a cunziglia'.
Senza senter' 'a famiglia
ca te dice: Ma ch' 'e fatto?
Senza scennere cchiù a patto
c' 'a cuscienza e 'a dignita'.
Senza leggere 'o giurnale...
'a nutizia impressionante,
ch'è nu guaio pe' tutte quante
e nun tiene che ce fa'.
Senza sentere 'o duttore
ca te spiega a malatia..
'a ricett' in farmacia...
l'onorario ch' 'e 'a pava'.
Senza sentere stu core
ca te parla 'e Cuncettina,
Rita, Brigida, Nannina... Chesta sì...Chell'ata no.
Pecchè, insomma, si vuo' pace
e nun sentere cchiu' niente,
'e 'a spera' ca sulamente
ven' 'a morte a te piglia'?
Io vulesse truva' pace
ma na pace senza morte.
Una, mmiez' 'a tanta porte
s'arapesse pe' campa'!
S'arapesse na matina,
na matin' 'e primavera,
e arrivasse fin' 'a sera
senza di': nzerràte lla'!



 Per chi volesse ascoltare la poesia recitata dal suo autore:
http://www.youtube.com/watch?v=q2cI1WZjqG8

sabato 19 marzo 2011

Gli esami non finiscono mai…

Sperando di incontrare il vostro gusto mi propongo nella veste di scrittore di fiction con un raccontino con doppio senso, pubblicato anche sull'antologia "Riso Nero" di Deloos Books, molto autobiografico, che ormai ha quasi due anni di vita.

Gli esami non finiscono mai…

 L’ago penetrò per circa metà della sua estensione nella carnagione del suo braccio abbronzato.
Sudore freddo gli imperlò la fronte e una lieve vertigine s’impadronì di lui.
“Nonostante l’abbia fatto già molte volte — pensò mentre i sensi lo abbandonavano — non mi ci abituerò mai”.
Quando rinvenne si ritrovò sdraiato su un lettino con le gambe alzate.
La prima immagine che gli si presentò davanti agli occhi fu quella di un uomo sconosciuto in divisa azzurra che lo guardava.
Più defilata una persona di mezz’età in camice bianco stava attaccando due etichette adesive su altrettante provette.
Si alzò barcollando.
“Abbiamo finito! Per le risposte dei suoi esami può ripassare tra un paio di giorni” si sentì dire prima di uscire dalla porta accostata dell’ambulatorio.

sabato 12 marzo 2011

Verticalismi: L'Insonne - Seconda Stagione

Pubblico qui di seguito un comunicato stampa speditomi stamani dagli amici di Verticlismi, sapzio on-line dedicato ai fumetti.

Da lunedi 17 gennaio esordisce la nuova stagione de L’Insonne in veste di digital comic.


Il 2011 segna l’approdo ufficiale di Desdemona Metus, protagonista della serie creata a metà degli anni '90 da Giuseppe Di Bernardo e Andrea J. Plidori, sul webcomic-magazine Verticalismi.
La serie digitale de L’Insonne è opera di Giuseppe Di Bernardo e del team creativo ufficiale del fumetto.
Tutti gli episodi saranno fruibili gratuitamente sul portale www.verticalismi.it
Un indice completo delle storie fin'ora pubblicate si trova a questo link: www.verticalismi.it/linsonne/g-dibernardos-linsonne/
Chiunque poi, professionista o semplice appassionato, voglia cimentarsi con la serie scrivendo o disegnando una storia riguardante il personaggio, può seguire le istruzioni che si trovano al all'indirizzo internet: www.verticalismi.it/edizioni-arcadia-e-verticalismi-linsonne/

venerdì 11 marzo 2011

Amici vostri, la triste fine della supercazzola

In questa sede vorrei postare un articolo di Marco Travaglio che esprime un po' il pensiero della gente comune e degli appassionati di cinema all'annuncio dell'uscita nelle sale cinematografiche del preuel di "Amici miei" ambientato nella Firenze dei Medici.

Sta per uscire il sequel-prequel dei capolavori di Monicelli ambientato nella Firenze del '400: i fischi, già prima dell'uscita, sono più che comprensibili
Sia chiaro che questo non è il processo al film “Amici miei – Come tutto ebbe inizio”, che non ho visto né certamente vedrò. Questo è il più classico dei processi alle intenzioni: all’idea malata che il trittico di “Amici miei” (atto primo, secondo e terzo) possa avere un sequel, anche se camuffato da prequel e ambientato nella Firenze del Quattrocento nel tentativo preventivo quanto disperato di scansare i confronti fra l’originale e la (brutta) copia. Per chi ancora non lo sapesse: la FilMauro di Aurelio De Laurentiis sta per mandare in centinaia di sale un cinepanettone primavera-estate di Neri Parenti, il regista dei Natale di qua Natale di là, ma anche degli ultimi Fantozzi, quelli che profanarono i primi due diretti da Luciano Salce. Al posto del leggendario quinquetto Tognazzi-Moschin-Noiret-Celi-Del Prete (poi sostituito da Montagnani), hanno reclutato Christian De Sica, Massimo Ghini, Michele Placido, Giorgio Panariello e Paolo Hendel.

Decine di migliaia di fans degli “Amici miei” doc si stanno mobilitando su facebook nella pagina “Giù le mani da Amici miei: fermiamo De Sica e il suo annunciato prequel”. Il perchè della rivolta è inutile spiegarlo. Il film originale nacque da un’idea, quella sì geniale, di Pietro Germi, che fece in tempo a concepirla ma non a realizzarla perché morì. Così i primi due film li diresse Mario Monicelli, che poi si fermò lì: l’atto terzo – molto meno memorabile – fu affidato al pur grande Nanni Loy. Monicelli, l’anno scorso, ha fatto in tempo a commentare la trovata malsana del sequel-prequel con queste definitive parole: “Avevano tentato di farmi collaborare al film, ma ho deciso di rimanerne fuori, hanno ragione quelli di Facebook”. Gli sarebbe piaciuta la battuta al vetriolo lasciata sulla pagina facebook da un fan: “Alla sola idea del prequel, Monicelli si è suicidato”. E anche quest’altra: “Il prequel è uno scempio, come rifare la Divina commedia in chiave moderna”.

Parenti replica alle critiche sul Corriere della sera: “Posso anche comprendere lo scetticismo, ma prima di giudicare un prodotto bisogna vederlo”. Eh no, troppo comodo: chi è abituato a giudicare i film solo dagli incassi non può dire al pubblico “pagate il biglietto e poi, se non vi piace, criticate pure”. A meno di restituire ai delusi il prezzo del biglietto con la formula “soddisfatti o rimborsati”. Il regista aggiunge: “Siamo così rispettosi del passato che il soggetto del film è degli stessi sceneggiatori di allora, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli”. Altra furbata: si potrebbe obiettargli che invece, purtroppo, il regista non è né Germi, né Monicelli, né Loy, e sventuratamente Tognazzi, Montagnani, Del Prete, Celi e Noiret sono tutti morti (Moschin è vivo, ma per sua fortuna non è stato coinvolto). Ma poi, e soprattutto: che c’entra l’Italia del 2011 (anzi la Firenze del ’400) con quella del 1975, quando uscì l’atto primo? Trentacinque anni non sono nulla per i cinepanettoni, ma sono un millennio per i capolavori. A memoria d’uomo, l’unico remake della commedia all’italiana che ha eguagliato, anzi superato il modello, è il “Conte Max” con Alberto Sordi al posto di De Sica (Vittorio, naturalmente). Poi, purtroppo, venne quello di De Sica (Christian), anche se nessuno fortunatamente lo ricorda. Basta vedere uno dei trailer del nuovo “Amici miei” per sapere che anche stavolta finirà così. Vi si parla di un gruppo di amici che si danno al “cazzeggio” per vincere la noia. Ma “Amici miei”, quello vero, non è mai cazzeggio: è un cocktail unico di riso amaro, cattiveria allo stato puro, complicità velenosa, satira, invettiva, cinismo, moccolo, invenzione, genialità, godimento, carnalità, spensieratezza, popolo. In una parola: poesia. E’ un impasto di Monicelli e Tognazzi, e morta lì.

La zingarata, la “supercazzola brematurata con scappellamento a destra come foss’antani” non è un liquame da trivio a base di trombate, corna, scoregge, culi, tette e giochetti di parole tipo buco-bucaiolo e via spetazzando. O meglio: è l’arte di mescolare tutti questi ingredienti senza renderli mai volgari. Anche Dante, nell’Inferno, descrive il diavoletto che “avea del cul fatto trombetta”. Ma ciononostante, anzi proprio per questo, la sua Commedia restò Divina.

Nel trailer come nell’idea del prequel di “Amici miei” manca lo spirito che fece grande l’originale. Uno spirito che nacque a metà degli anni 70 da una congiunzione astrale irripetibile: quella che allineò due mostri della regia e cinque mostri della recitazione al massimo della forma e al culmine della carriera. Semplicemente ridicolo, anzi tragicamente arrogante, pensare oggi di poter resuscitare quello spirito con il romano De Sica e il pugliese Placido che cercano di parlare toscano, o con l’altro romano Ghini doppiato da un fiorentino. O di colmare l’abisso tirando dentro i toscani Hendel, peraltro bravissimo come caratterista e cabarettista, e Panariello, che non ha mai fatto ridere nessuno. Mai il Mascetti, il Perozzi, il Sassaroli, il Necchi e il Melandri avrebbero ripetuto due volte la stessa zingarata, la stessa beffa, la stessa supercazzola. I loro erano tutti pezzi unici. Per questo centinaia di migliaia di persone conoscono a memoria ogni loro battuta e i loro nomi e cognomi, come la formazione della squadra del cuore che ha vinto l’ultimo scudetto. Lo stesso Monicelli, dopo l’atto secondo, passò la mano. Ora invece arriva Amici miei nella Firenze dei Medici. Seguiranno – c’è da giurarci – Amici miei sul Nilo, a New York, in Sudafrica, in Egitto, in India, a Miami, a Beverly Hills, a Rio. E presto, dopo De Sica, avremo Checco Zalone e poi tutta la squadra di Zelig. In vista dell’uscita nei cinema di tutt’Italia, i contestatori su facebook propongono il boicottaggio, addirittura l’occupazione di qualche sala cinematografica, per protestare contro la profanazione dell’originale. Per carità, i boicottaggi hanno sempre fatto il gioco dei boicottati. “Questo film – fa notare un saggio sulla pagina Fb – si boicotta da sé”. Basta non andare a vederlo. Se le sale restassero deserte, De Laurentiis, Parenti e De Sica tornerebbero ai loro cinepanettoni scoreggioni. E nessuno proverebbe più a profanare i capolavori. La supercazzola è cosa troppo seria per cadere in mano a questa gente.

Marco Travaglio
da Il Fatto quotidiano del 10 marzo 2011

mercoledì 9 marzo 2011

Beppe Viola

L'ascolto del capolavoro di Enzo Jannacci Quelli che... mi ha fatto ritornare alla mente uno dei più grandi e meno conosciuti autori comici italiani scoperto per caso leggendo i vecchi Linus dei miei genitri.
Vorrei condividerne un ricordo con chi mi segue.

Giuseppe "Beppe" Viola
Giuseppe "Beppe" Viola, nato a Milano, 26 ottobre 1939 e sempre a Milano morto il 17 ottobre 1982, è stato un giornalista, scrittore e umorista italiano.
Sposato, quattro figlie, ha svolto gran parte del suo lavoro come giornalista sportivo.
Ha iniziato a scrivere di sport a metà degli anni Cinquanta collaborando all'agenzia Sportinformazione, passando poi in RAI nel 1961.
Per la televisione ha lavorato come redattore, come inviato speciale e, dopo una parentesi come radiocronista, anche come telecronista sportivo occupandosi di calcio, pugilato, ippica e motori.
Per la RAI ha inoltre firmato un lungo documentario sulla Mille Miglia e ha partecipato ad alcune edizioni della Domenica Sportiva.
Ha tenuto per anni su Linus la rubrica, Vite Vere e ha scritto molte canzoni in coppia con Enzo Jannacci, tra le quali Quelli che..., dalla quale deriva l'ormai familiare titolo della trasmissione sportiva e d'intrattenimento Quelli che il calcio, Tira a campà e Statu quo.
Nel campo del cinema ha lavorato come sceneggiatore e dialoghista in molti film tra cui si ricordano Romanzo popolare e Cattivi pensieri con Ugo Tognazzi, mentre per il cabaret ha contribuito alla creazione dei testi del gruppo storico dei comici che facevano riferimento al Derby Club di Milano.
Beppe Viola è morto improvvisamente a 43 anni mentre era in sede Rai a Milano, per una emorragia cerebrale, durante il montaggio di uno dei suoi servizi sulla partita Inter-Napoli.

Per chi volesse ascoltare il brano Quelli che... del duo Jannacci Viola:
http://www.youtube.com/watch?v=p6pGYbkEB_U

lunedì 7 marzo 2011

Buona festa delle donne!

Amo le donne perché sono materne anche a cinque anni, sensuali anche a tre, erotiche anche a settanta, civette anche a ottanta. E la loro attività preferita – siano segretarie o ingegneri, casalinghe o impiegate –, la vera grande attività che svolgono perfino quando dormono, è amare.

Buona festa delle donne!

domenica 6 marzo 2011

La vita al contrario...

Ognuno di noi ha pensato almeno una volta che sarebbe molto meglio vivere all'incontrario.
Questo è quello che ci dice in proposito il regista e attore Woody Allen.

Woody Allen - Vita al contrario-1997 

La vita dovrebbe essere vissuta al contrario.
Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchete tracchete il trauma è già bello che superato.
Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno.
Poi ti dimettono perchè stai bene, e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione, e te la godi al meglio.
Col passare del tempo, le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono.
Poi inizi a lavorare, e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro.
Lavori quarant’anni finchè non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa.
Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare.
Poi inizi la scuola, giochi cogli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finchè non sei bebè.
Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene.
Gli ultimi 9 mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni.
…E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo!

Non solo Woody Allen ma anche il cantautore Simone Cristicchi la pensa allo stesso modo:
http://www.youtube.com/watch?v=YvxZn-nWcJc

sabato 5 marzo 2011

Meglio soli che malati di solitudine

Visto che la solitudine si sta rivelando uno dei mali maggiori della società moderna e che è una situazione che ho provato in prima persona, voglio condividere con i miei cinque lettori questo articolo di Vittorio Zucconi, apparso a pagina 20 di Repubblica Donna di sabato 16 gennaio 2009, che spiega molto bene la genesi e la trasmissione di una delle malatie psicologiche più comuni degli anni 2000.

  
Il picco della malattia si registra alla fine dell'anno, nel vortice delle grandi feste, degli auguri, delle riunioni di famiglie e di amici, dei bacetti sotto il vischio e della felicità con le palline di plastica argentata in confezione regalo.
Si diffonde come tutte le epidemie, quelle che adesso dobbiamo chiamare pandemie perché fanno più effetto nei titoli dei telegiornali, e sono il modello nuovo della collezione grandi paure autunno-inverno 2009/10.
Il meccanismo di trasmissione è classico: si incontra una persona che ne è affetta, si interagisce con lui o con lei da vicino, anche senza contatto fisico ravvicinato, specialmente con lei perché le donne sono le più colpite, e dopo qualche ora, giorno, a volte settimane, perché l'incubazione può essere lunga, possono manifestarsi i sintomi.
Perdita di appetito, insonnia, sbalzi di umore, cefalee, autoisolamento, insomma una quarantena interiore.
La malattia si chiama solitudine.
E anche se può sembrare un paradosso, nuove ricerche condotte da istituti universitari americani, pubblicate sulla stampa specializzata, sostengono di avere scoperto che la solitudine è contagiosa.
Poiché essa è una condizione psicologica (quando non è la solitudine fisica e forzata di chi viene crudelmente abbandonato), la si può trasmettere agli altri, anche avendo un'apparente vita sociale. Sappiamo tutti benissimo che ci si può sentire soli anche nel mezzo di una folla, anche in una casa traboccante di amici e parenti, in un club o in una tragica festa dove gli altri sembrano divertirsi come pazzi.
Tutti meno tu.
Non è il numero di persone che conosciamo o che fisicamente ci circondano, anche in un ufficio o in uno stabilimento, a determinare il senso di solitudine.
Anzi, proprio per questo, chi ne soffre a volte subisce un acutizzarsi dei sintomi nei periodi delle feste comandante, quando tutti gli altri sembrano riunirsi, divertirsi in compagnia.
Mentre io resto solo.
Con i finanziamenti del governo americano, che ha evidentemente soldi che gli cascano dalle tasche per pagare ricerche come questa, quattromila e ottocento solitari e solitarie sono stati seguiti per dieci anni: a Chicago, Los Angeles, Miami, dunque in ambienti, climi e culture urbane diversissime.
Si è visto, o si è creduto di vedere, perché notoriamente le ricerche tendono a dimostrare le premesse dalle quali partono, per giustificare il finanziamento incassato, che il feeling della solitudine si diffondeva tra coloro che entravano in contatto con chi già lo subiva.
«Nessun essere umano è un'isola», dice per esempio il professor Nicholas Christakis, che insegna sociologica medica (non chiedetemi che cosa sia) a Harvard.
«Così anche un'emozione personale, privata come il senso di solitudine, può avere un'esistenza collettiva e influenzare altre persone».
Senza arrivare alla patologia della depressione clinica, della quale la solitudine cronica e comunque cugina, e può esserne la porta, anche il sentirsi soli ha naturalmente effetti fisici, in particolare sulle femmine della nostra specie che più dei maschi tendono a vedere il mondo come una ragnatela di relazioni interpersonali, e a contagiare più facilmente altre femmine con le quali entrano in contatto, se ne soffrono.
Nella favolistica popolare e nella mitologia abbondano gli orsi o i lupi solitari, ma scarseggiano le lupe solitarie, a parte quella famosa che comunque dovette adottare e allattare due pesti di gemelli italiani per non sentirsi troppo sola e per offrire al Comune di Roma qualcosa da mettere sul proprio stemma.
C'è chi nega e contesta le conclusioni di questo lavoro pubblicato dalla rivista americana di psicologia, perché non esiste ricerca al mondo che non abbia detrattori e scettici: ma l'idea che il proprio comportamento, i propri umori e le proprie emozioni possano contagiare altri essere umani, in negativo o in positivo, è scritta da sempre nella cultura popolare, anche senza attendere i fondi pubblici per la ricerca e le sussiegose università.
«Ridi e il mondo riderà con te», avverte un proverbio.
«Piangi e piangerai da solo».
Ora andrà modificato in «piangi e farai piangere anche gli altri», dunque non fare l'orso perché potresti deprimere tutto il branco.
Anche se, per essere onesti, di orsi piangenti non se ne sono mai visti molti.

Due parole su di me!

Nasco a Viareggio, ridente cittadina della riviera tirrenica in provincia di Lucca, dove da allora risiedo, nel 1979.
Mi interesso fin dalla più tenera età, anche grazie ad una famiglia che mi ha lasciato libero di fare  quello che mi appassionava, di tutto ciò che riguarda le immagini (fumetto, cinema, pittura, fotografia...), di musica e di letteratura di genere, soprattutto fantascienza, fantasy e letteratura gialla; prima come semplice fruitore e in seguito abbozzando lavori di critica, pubblicati su siti internet e su quotidiani locali.
Scrivo recensioni per il portale tematico: ThrillerMagazine (www.thrillermagazine.it) che si occupa di letteratura e cinema di ambientazione gialla e noir.
Ho collaborato al DizioNoir (Delos Books, 2006), con una sezione sul nero a fumetti e ho curato insieme a Mauro Smocovich il DizioNoir Fumetto (Delos Books, 2008) e, insieme a Graziano Braschi, un'antologia di racconti noir dal titolo Nero Toscana uscita nel 2010 per la Casa editrice Perrone Lab.
un mio racconto breve dal titolo "Gli esami non finiscono mai" è stato pubblicato sull'antologia Riso nero: Gialli comici, brividi brevi e comici microcefali diversi modi per ridere in noir a cura di Graziano Braschi & Mauro Smocovich e ho da poco terminato la bozza definitiva di Capacità Nascoste, antologia di racconti thriller e noir che hanno per protagonisti portatori di handicap, curata da me con l'amico e scrittore disabile Sergio Rilletti.
In questo spazio vorrei esternare le mie riflessioni e rendere partecipe chi vorrà leggermi dei miei interessi.